mercoledì, 20 Gennaio, 2021

La metamorfosi del rapporto tra medico e paziente

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Responsabilità medica e malasanità. Occorre tutelare la classe medica da accuse infondate di malpractice.

Adism combatte l’esercizio abusivo  della professione medica e tutela la classe medica da accuse infondate di malpractice con l’ausilio dei propri  avvocati  esperti  in  responsabilità  medica

Dott. Alberto  Maggialetti 

Il progresso della medicina è stato tortuoso, ricco di imprevisti, casualità e colpi di genio. La spiegazione dei fenomeni naturali si è trasformata da interpretazioni mitico-teurgiche a descrizioni razionali.

Il paziente vedeva nel suo medico non solo il professionista cui rivolgersi per le sofferenze fisiche ma anche il consigliere idoneo a curare le sofferenze morali.

Il medico era una specie di sacerdote laico. Questo atteggiamento compensava l’efficienza terapeutica.

I medici non esponevano sull’uscio del proprio ambulatorio l’orario di lavoro come avviene oggi, le chiamate notturne erano norma e non eccezione e normali erano le visite domiciliari per pazienti gravi anche nei giorni festivi.

Il “tempo” della visita medica comprendeva la parte prettamente professionale che si integrava e completava con un lungo colloquio con il paziente ed i suoi familiari sulle problematiche più diverse.

Il tempo dedicato alla visita è importante per il paziente.

Il tempo assume significati diversi e non scorre nello stesso modo, per il medico è inteso in senso cronologico, per il paziente è il tempo vissuto, quello che percorre la sua storia.

Chi era il medico?  

Nel concetto antico, la persona alla quale ci si rivolgeva nel momento della malattia con la speranza di riceverne guarigione.

Chi è il medico oggi?

Oggi si tende a credere che i medici siano coloro ai quali la società affida il compito di preservare e/o ripristinare la salute.

Che cosa è la salute?

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità uno “stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non soltanto l’assenza di infermità”.

Gli obiettivi della medicina sono stati storicamente, e lo sono ancora oggi, la sfida alle leggi del tempo, alla realtà biologica dell’invecchiamento e della morte.

Il concetto di salute vede prevalere l’accezione limitativa dell’ “assenza di malattia”.

L’intenso allungamento della vita ha determinato una profonda trasformazione demografica della società.

Nel 1900 i sessantacinquenni (anziani) erano l’1% della popolazione.

Oggi in Italia il dato rilevante, per le importanti implicazioni economiche e socio-sanitarie, è l’incremento dei soggetti oldest old (2.3 milioni) con età superiore agli 80 anni, fragili, in quanto affetti da patologie multiple.

Il progresso tecnologico e scientifico ha determinato un aumento dell’aspettativa di vita consentendo a molti soggetti di raggiungere l’età avanzata in discreto benessere creando tuttavia una nuova categoria di malati, una “sfida” non solo per la classe medica ma anche per l’intero sistema socio-sanitario.

La malattia che forse più di ogni altra esprime in maniera paradigmatica le problematiche legate all’invecchiamento dagli elevati costi socio-assistenziali è la demenza.

Contributo dei determinanti sulla speranza di vita:

Patrimonio genetico  20-30%

Ecosistema  20%

Settore sanitario  10-15%

Fattori socio-economici   40-50%

Ineguaglianza socio-economica crea un’ineguaglianza sanitaria.

In questo contesto la medicina è anche un mito?

“Il mito è una serie coerente di fantasie che gli uomini creano per rassicurare se stessi e placare le proprie paure.”

Da sempre il medico decideva in piena autonomia secondo scienza e coscienza.

Negli ultimi 20-25 anni si è inserito un terzo criterio, l’economicità che ha cambiato le priorità condizionate da parametri scientifico-economici che pongono il medico di fronte a decisioni spesso contrastanti con la propria coscienza facendoli perdere l’aura di rispetto e “sacralità” e la fiducia che decresce in contrasto con l’accresciuta fiducia nella medicina.

Il rapporto tra medici e pazienti è entrato in fibrillazione, si è sfaldato, e le difficoltà attuali non autorizzano una idealizzazione del passato.

Le colpe non sono né dei medici né dei pazienti ma di forze storiche che hanno prodotto traslocazioni del potere in medicina, la metamorfosi del concetto di responsabilità e la trasformazione dei modelli organizzativi della sanità.

L’esercizio della medicina riconosce al medico il potere di curare.

Nel modello tradizionale, chiamato ippocratico, il medico esercita un potere esplicito con il solo affidamento fiduciale, senza complessi di colpa e giustificazioni. Questo modello è stato in vigore in Occidente per venticinque secoli.

Ringraziamo il  Dott. Alberto  Maggialetti Medico Radiologo presso Ricerche Radiologiche s.r.l.  di Molfetta ( Ba )  per il prezioso  contributo

 

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