venerdì, 23 Luglio, 2021
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Coronavirus e morti per la somministrazione del vaccino.

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Adism chiede al Governo e al Presidente della Repubblica indennizzi per le famiglie che hanno perso i propri cari per la somministrazione del vaccino per il Coronavirus.

Con una nota del 2 luglio 2021 a firma del suo Presidente, l’Avvocato Gianluca Sposato, socio dell’ISLE – Istituto per la Documentazione egli Studi Legislativi, sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica, Adism ha chiesto alle Istituzioni di non lasciare sole le famiglie che hanno perso i propri  cari  a seguito  della somministrazione del  vaccino per il Coronavirus, ove sia dimostrata la correlazione tra la somministrazione del  farmaco  e la morte.

Adism ha voluto richiamare l’attenzione delle Istituzioni sulla necessità di valutare la possibilità di un indennizzo statale per famiglie delle persone che hanno aderito alla campagna vaccinale e che sono decedute a causa della somministrazione dei vaccini per il Coronavirus Covid -19,  atteso  che la Legge 210/92 prevede un riconoscimento economico a favore di soggetti danneggiati da complicanze di tipo irreversibile solo  a causa di vaccinazioni obbligatorie, trasfusioni di sangue e somministrazioni di emoderivati e non  sembra potere essere estesa per analogia anche ai  morti  per  la somministrazione dei vaccini AstraZeneca, Pfizer, Moderna e Johnson  e Johnson.

La nota, che è  possibile scaricare e leggere alla fine della pagina, è stata inviata al  Presidente del Consiglio Mario Draghi  ed al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, mettendo in  risalto l’utilità  sociale dell’iniziativa, unica nel suo genere che, ove intrapresa, rappresenterebbe un segnale di grande civiltà e rispetto nei confronti di chi si è affidato con fiducia alla campagna vaccinale.

Leggi qui la risposta del Segretariato  Generale della Presidenza della Repubblica con  cui  viene interessato il Ministero  della Salute sulla segnalazione di  ADISM

Scarica qui la nota Adism indennizzo statale morti vaccino Coronavirus Covid -19.

 

La prova del danno esistenziale

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Cosa è il danno esistenziale? Come si prova e quando va risarcito.

Quando si è riportato un trauma della strada con lesioni fisiche importanti, o danni che possano rientrare in casi accertati di malasanità e responsabilità medica, accade di frequente che la nostra vita, il nostro modo di vivere e le nostre abitudini vengano sconvolte e la vita non torni ad essere più quella di prima.

Pensiamo al caso di chi a seguito di un incidente stradale abbia perso l’uso di un arto,  o delle gambe e non possa più camminare, o di chi abbia perso la vista, o la capacità  di  procreare a seguito  di un  errato intervento  medico.

Il danno  esistenziale rientra nell’ambito dell’accertamento medico  legale ? Certamente. Infatti nei  quesiti  che il giudice pone al CTU vi è  anche quello relativo  all’incidenza delle lesioni  nel normale svolgere delle attività  quotidiane e dinamico relazionali  della vita dell’individuo leso. Sarà  poi  compito del  giudice personalizzare il danno  con incremento in percentuale sull’effettiva entità  delle lesioni permanenti  accertate,  aumentando l’importo  risarcibile fino  al  49%.

 La personalizzazione del danno ed il danno dinamico-relazionale.

Con la personalizzazione del danno apportata dalle Tabelle del Tribunale di Milano del  2021 la figura del danno esistenziale è  venuta ormai a scomparire,  tanto  da non  volerne più  i  giudici  sentirne parlare,  per essere assorbita in quello  che oggi  viene comunemente chiamato,  in  dottrina e giurisprudenza, danno dinamico relazionale.

In fondo  si tratta solo  di un mutamento  di  nome: quello  che prima veniva chiamato danno  esistenziale oggi  si  chiama danno  dinamico relazionale e rappresenta quella tipologia di  danno non patrimoniale che incide negativamente nella qualità della vita del  soggetto  che ha riportato una lesione perché non può  più  svolgere attività ludiche,  sportive, o  ricreative che prima era solito praticare e che costituivano per lui motivo  di  svago,  affermazione e piacere.

Danno esistenziale e personalizzazione del danno.

Il danno esistenziale è il danno arrecato all’esistenza, quel danno che si traduce in un peggioramento della qualità della vita di chi ha riportato un trauma, pur non essendo inquadrabile nel danno alla salute.

Nell’ambito della responsabilità civile per fatto illecito altrui,  nonostante l’altalenarsi  della giurisprudenza in merito e la personalizzazione del danno operata dal  giudice proprio per distinguere ogni singolo evento danno, il danno esistenziale mantiene una propria autonomia distinta sia dal danno patrimoniale, sia dal danno morale,  quale espressione di  una tipologia di danno  risarcibile quando si possa provare e documentare eventi tesi a sconvolgere le abitudini di  vita del danneggiato, incidendo  nella normale estrinsecazione della sua personalità.

Come si prova e calcola il danno esistenziale?

Non esiste un criterio univoco per la quantificazione del danno esistenziale, o  dinamico  relazionale che dir si  voglia.

La giurisprudenza è univoca nel ritenere che il danno deve essere risarcito nella sua interezza, ma senza duplicazioni risarcitorie e, proprio per questa ragione, è assai raro  che i  giudici tendano a  riconoscere e risarcire il danno esistenziale,  se non in presenza di prove inconfutabili e rigorose, attraverso il sistema della personalizzazione del danno, ovvero  aumentando in percentuale il valore del  danno biologico per le lesioni  subìte dal danneggiato per incidenti  particolarmente gravi.

Tuttavia, come per il danno morale,  espressione, invece, del dolore e della sofferenza interiore quale conseguenza del trauma riportato, la personalizzazione del danno operata dai  giudici,  per la liquidazione del danno dinamico relazionale, la cui forbice è molto ristretta, porta spesso,  soprattutto  ove non si sia assistiti  da avvocati con  specializzazione nel  risarcimento  del  danno per lesioni  causate da incidenti  stradali o responsabilità riconducibile a negligenza ospedaliera e medica, a  liquidazione di importi  irrisori, rispetto alla gravità  dei  danni  subiti.

Per la gestione della tua  pratica di  risarcimento  danni affidati  ad ADISM.   Ti  mettiamo  a disposizione gratuitamente il migliore avvocato  ed il migliore medico legale per ottenere il massimo risarcimento possibile dall’assicurazione. Chiama il numero 347.8743614 o  scrivi  a info@adism.it 

Il risarcimento del danno tra prove e giudizio

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Per avere diritto al risarcimento del  danno bisogna dimostrare il nesso di  causalità tra la condotta illecita subìta e il danno riportato.  La prova da fornire deve essere dettagliata e precisa per avere valore legale.

 

Oneri del danneggiato per provare il danno.

Il danneggiato che abbia riportato un danno, patrimoniale o non patrimoniale, per ottenere il relativo risarcimento ha l’onere:

  • di descrivere dettagliatamente il fatto, indicando le modalità e le conseguenze sulla sula salute e sulla sua vita relazionale e lavorativa.
  • di allegare la relativa documentazione che comprovi il danno stesso ed il nesso di causalità con la condotta del  danneggiante, oltre ad articolare dettagliatamente i capitoli  di prova sulle circostanze che intende provare con i  nominativi  dei  relativi

Le allegazioni che devono accompagnare la proposizione di una domanda risarcitoria, secondo quanto  stabilito  dalla giurisprudenza di  legittimità (Cass. 691/12), non devono essere limitate alla sola prospettazione della condotta colpevole della controparte.

Il danneggiato deve descrivere dettagliatamente le lesioni,  patrimoniali  e non patrimoniali, prodotte dalla condotta del  responsabile civile, mettendo il  convenuto in  condizione di  conoscere quali pregiudizi vengono imputati al suo comportamento,  a prescindere dalla loro  esatta quantificazione e dall’assolvimento di ogni onere probatorio  al  riguardo.

 

Quali criteri deve adottare il  giudice per  la valutazione del danno?

Il giudice deve compiere ogni sforzo, nei limiti del principio dispositivo e dei poteri  attribuitigli dall’ordinamento  giuridico, per la liquidazione del danno patito dalla vittima.

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 24469/14, ha rammentato che la vittima di una fatto illecito ha diritto alla massima tutela, imponendo al giudicante zelo solerte nella conduzione dell’istruttoria e logica stringente nella motivazione delle proprie decisioni.

In base a tale principio non ammettere le prove a sostegno della propria richiesta risarcitoria e giudicare in assenza di  queste rappresenta una condizione di  impugnazione della sentenza per nullità della stessa.

Infatti la Cassazione, con sentenza n. 3011/2021, ha  precisato che è  causa di nullità  rigettare le prove che siano  ammissibili e poi la domanda perché non provata; come è  causa di  nullità della sentenza ritenere una testimonianza non esaustiva senza previamente porre al testimone  domande a chiarimento d’ufficio  (Cass.  17981/20).

 

Il giudice come procede alla liquidazione del danno?

Il giudice deve spiegare quali  criteri  ha adottato per la liquidazione del  danno ed in  che misura ha tenuto  conto  delle peculiari  circostanze che sono state allegate e  provate.

Un problema, con riferimento  ai  criteri  di  quantificazione del danno biologico  nella medicina legale,  si pone in ordine al barème, che oltre ad essere scelto dal  giudice deve essere unico per tutti i casi, oltre che scientificamente condiviso  ed aggiornato per non  creare disparità  di  trattamento (Cass. 1174/21).

 

Valutazione del danno e barèmes medico legali

I barèmes sono tabelle elaborate dalla medicina legale che esprimono in misura percentuale il livello  di  disfunzionalità  rispetto  alla sfera quotidiana di  attività  dell’essere umano.

I principali barèmes in uso sono stati elaborati da Buzzi, Barbagna e Ronchi-Mastroroberto-Genovese con criteri di  valutazione che non  coincidono e che, pertanto, comporterebbero  valutazione della stessa tipologia di danno in  misura differente ove non venga stabilito univocamente a quale barème fare riferimento.

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Le Tabelle di liquidazione del danno  2021

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Il Gruppo Danno alla Persona del Tribunale di Milano,  presieduto  dal  Presidente Damiano Spera, ha pubblicato  le Tabelle di calcolo del  danno non patrimoniale per l’anno  2021.

Le Tabelle per la liquidazione del danno non patrimoniale derivante da lesione alla integrità psico-fisica e dalla perdita – grave  lesione del rapporto  parentale,  aggiornate secondo  gli indici  Istat,  contengono un nuovo  quesito  medico legale,  oltre a criteri orientativi per la liquidazione del  danno non patrimoniale derivante da lesione del bene salute definito  da premorienza.

Vi  sono poi  criteri orientativi per la liquidazione del danno da mancato/ carente consenso informato in  ambito sanitario  e criteri  orientativi  per la liquidazione del danno non patrimoniale terminale.

 

L’accertamento medico  legale della lesione permanente

Le tabelle del Tribunale di  Milano 2021 prevede la liquidazione del danno non patrimoniale  sotto un duplice profilo:

  • danno conseguente a lesione permanente dell’integrità psico-fisica della persona suscettibile di accertamento  medico  legale;
  • danno conseguente alle lesioni in termini  di  dolore, inteso  come sofferenza soggettiva, in  via presuntiva con  riferimento  ad un  certo  tipo  di lesione.

 

La personalizzazione del danno non patrimoniale

Ai  valori  medi  monetari indicati  nella Tabella,  che comprende sia gli  aspetti  anatomo-funzionali, che gli  aspetti  relazionali  e gli  aspetti  di  sofferenza soggettiva, laddove il  caso  concreto  presenti  peculiarità, che vengano  allegate e provate, anche in  via presuntiva, dal  danneggiato, la Tabella prevede una  percentuale di  aumento  dei  valori  medi onde consentire una adeguata personalizzazione della  complessiva liquidazione del  danno.

  • La personalizzazione del danno prevede un aumento  fino  al  25% nelle invalidità  accertate da 1 a 9 punti  di  I. P.
  • Nelle invalidità permanenti  accertate dal  10  al  34 % di  I. P. la personalizzazione prevede un  aumento  dal 26% al  50%
  • Nelle invalidità accertate superiori  al  35% l’aumento  della personalizzazione è  fisso  nella misura del 50% della I. P.  accertata in termini  di danno

 

Danno  da perdita parentale e rivisitazione degli importi a seguito  della sentenza 10579/21 della Cassazione.

Per quanto  attiene al danno  da perdita parentale il Presidente Spera e tutto il  Gruppo Danno  alla Persona dell’Osservatorio Nazionale sulla Giustizia,  alla luce dei  dettami imposti dalla Corte di  Cassazione con  sentenza n. 10579/21,  sono  al lavoro  per modificare al rialzo i  parametri  di liquidazione agli  eredi di  chi  abbia perso un proprio familiare a seguito  di  fatto illecito,  con particolare riguardo  agli importi  spettanti ai  nonni  ed ai fratelli.

Vi terremo prontamente aggiornati  all’esito  dello studio  dell’Osservatorio.

 

Cliccando  al link  che segue  è  possibile scaricare e consultare le Tabelle di  liquidazione del danno non patrimoniale del  Tribunale di  Milano  del  2021  TABELLE MILANO 2021

 

 

 

 

Come provare il danno odontoiatrico.

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Come provare il danno odontoiatrico.

Il paziente che ha subito danni  dal  dentista per cure  inappropriate,  particolarmente invasive, che potevano  essere evitate, o eseguite male  deve attenersi  a queste regole.

Adism ha ricevuto  segnalazione e sottoposto  ai  propri medici  legali  esperti in odontologia forense  casi  di cura canalare eseguita male per rottura dello strumento non rimosso nel canale che nel tempo ha creato infezione,  ascesso dentale e granuloma con  conseguente apicectomia non  riuscita e perdita del  dente, o l’esecuzione di un ponte invece di una capsula con compromissione e rotazione dei denti sani  vicini; in  alcuni  casi  è  stata riscontrata responsabilità  del  dentista anche per la devitalizzazione di  denti sani, estrazione di  denti che si  sarebbero potute evitare per l’esecuzione di  trattamenti inappropriati di impianto dentale con  compromissione della salute del paziente.

Come provare il danno odontoiatrico.

In materia di responsabilità odontoiatrica, la condotta negligente del dentista che ha causato un danno al paziente, anche in termini di sofferenza, è ravvisabile sotto il duplice profilo della errata diagnosi e corretta esecuzione del trattamento medico.

A riguardo occorre precisare che ove le cure eseguite dal dentista derivino da un rapporto contrattuale, grava sul medico chirurgo dentista l’onere di dimostrare di non aver aggravato le condizioni del paziente (Cass. 5128/20).

In altre parole, il dentista che ha sottoposto il paziente, o la paziente, a trattamenti inutili e scorretti, o particolarmente invasivi, affinché possa escludersi la responsabilità odontoiatrica, deve dimostrare che i trattamenti eseguiti non abbiano cagionato un pregiudizio alla salute della paziente.

L’aggravamento delle condizioni di salute è valutabile e ascrivibile al sanitario sotto il profilo della causalità giuridica.

Norme che regolano la responsabilità odontoiatrica.

La responsabilità medica del dentista deriva sia da responsabilità contrattuale che extra contrattuale, con le diverse conseguenze in termini  di prescrizione dell’azione di  risarcimento  danni  e onere della prova.

Quando un paziente si rivolge ad un centro odontoiatrico e riporta lesioni, o compromissione della propria salute per cure eseguite male, per ottenere il risarcimento dei danni, deve rivolgersi ad un avvocato  esperto in  responsabilità  odontoiatrica, esporre il  proprio  caso e fare esaminare la documentazione.

Ove all’esito dell’accertamento eseguito da un odontoiatra forense le doglianze del  paziente vengano confermate e risulta dimostrabile sia il  danno  che la responsabilità del  dentista, l’avvocato procederà  a  quantificare  in termini economici la richiesta risarcitoria, tenuto conto  anche della sofferenza arrecata al paziente (danno morale) e delle spese necessarie per porre rimedio ai  danni  creati.

L’azione risarcitoria nei confronti della struttura odontoiatrica e del medico che ha eseguito l’operazione è condizionata al fallimento della procedura obbligatoria di  mediazione presso  struttura territorialmente accreditata.

La struttura odontoiatrica risponde a titolo di responsabilità contrattuale,  il dentista, invece, a titolo di responsabilità extracontrattuale, salvo il caso in cui abbia eseguito l’intervento di chirurgia orale nell’adempimento di un’obbligazione contrattuale assunta con il paziente.

Onere della prova del danno causato dal dentista al paziente.

Nel caso in cui il medico legale e l’odontoiatra forense abbiano riscontrato la responsabilità del dentista per inesatto adempimento della prestazione odontoiatrica il paziente deve dimostrare il nesso di causalità tra danno e l’errata prestazione medico odontoiatrica, attraverso la fattura o ricevuta fiscale della esecuzione dell’intervento e la comparazione dei referti radiologici eseguiti prima e dopo l’intervento.

Il paziente danneggiato dal  dentista  per avere diritto al risarcimento del danno deve fornire la prova:

  • del contratto (fattura intervento);
  • dell’aggravamento della situazione patologica, o dell’insorgenza di nuove patologie per effetto dell’intervento del dentista, come per esempio, il dolore nella masticazione;
  • del nesso di causalità tra la condotta od omissione del medico-dentista ed il danno da quantificarsi in termini di danno biologico.

Il medico dentista e l’odontoiatra per dimostrare di non essere responsabile e non avere arrecato danni al paziente deve fornire la prova:

  • del corretto adempimento ed esecuzione della prestazione odontoiatrica;
  • di avere operato con diligenza e che il danno lamentato dal paziente è stato causato da un evento imprevisto e imprevedibile;
  • in caso di inadempimento, dimostrare che esso non è stato eziologicamente rilevante.

Il paziente per avere diritto al risarcimento del danno deve dimostrare l’inadempimento qualificato del dentista.

Nell’ambito della responsabilità odontoiatrica, non assume rilievo qualunque inadempimento, ma solo quello che costituisce la causa o la concausa efficiente del danno patito dal paziente anche in termine di  dolore. Pertanto, il paziente danneggiato deve allegare un inadempimento qualificato, ossia “astrattamente efficiente alla produzione del danno”  ( Cass. S.U. 577/2008).

Quindi, nei giudizi di risarcimento del danno da responsabilità odontoiatrica, è onere del paziente dimostrare il nesso causale tra condotta negligente imprudente del  dentista e danno  arrecato, fornendo  la prova che la condotta dell’odontoiatra è stata causa del danno, dovendo in difetto la domanda essere rigettata (Cass. 3704/2018; Cass. 27606/2019).

CTU medico legale in ambito odontoiatrico.

Riguardo il consulente tecnico di parte odontoiatra forense è bene sottolineare l’incompatibilità tra il ruolo di odontoiatra curante e odontoiatra consulente forense, previsto dall’art. 62 del Codice di Deontologia Medica.

L’odontoiatra che svolge attività medico-legale e accertamento odontologico-forense deve prendere coscienza dei propri limiti in assenza di quei presupposti culturali, metodologici e formativi che caratterizzano la medicina legale e l’odontologia forense.

Il modo migliore per valutare una responsabilità professionale odontoiatrica è attraverso la consulenza collegiale di un medico legale e di un odontoiatra esperto in medicina legale e odontologia forense.

 

Per denunciare un danno causato dal dentista potete esporre il  vostro  caso scrivendo  a info@adism.it

 

Incidenti mortali e risarcimento del danno agli eredi

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Incidenti Mortali  e risarcimento  del danno  agli  eredi. Una recente sentenza della cassazione boccia le tabelle del Tribunale di Milano. La sofferenza può provarsi presuntivamente.

La Cassazione con  sentenza n. 10579/2021,  ha chiarito  che: “al fine di garantire non solo un’adeguata valutazione delle circostanze del caso concreto, ma anche l’uniformità di giudizio a fronte di casi analoghi, il danno da perdita del rapporto parentale deve essere liquidato seguendo una tabella basata sul sistema a punti, che preveda, oltre l’adozione del criterio a punto, l’estrazione del valore medio del punto dai precedenti, la modularità e l’elencazione delle circostanze di fatto rilevanti, tra le quali, da indicare come indefettibili, l’età della vittima, l’età del superstite, il grado di parentela e la convivenza, nonché l’indicazione dei relativi punteggi, con la possibilità di applicare sull’importo finale dei correttivi in ragione della particolarità della situazione, salvo che l’eccezionalità del caso non imponga, fornendone adeguata motivazione, una liquidazione del danno senza fare ricorso a tale tabella”.

Per affrontare le problematiche irrisolte in tema di danno da perdita parentale  non si può prescindere dall’affrontare le seguenti questioni:

  • 1) a chi spetta tale posta di danno, ovvero a quale tipologia di congiunti della vittima (se in altre parole  anche  gli  zii ed i  cugini);
  • 2) quando e a che condizione spetta il risarcimento del danno, ovvero se occorra fornire sempre una prova specifica o, se in taluni casi, il risarcimento  possa avvenire “in automatico” (si profilano questioni di legittimità costituzionale per violazione degli  2,3,32);
  • 3) in che misura il congiunto della vittima deve essere risarcito (se in  altre parole debba applicarsi il  principio  sopra richiamato  dalla cassazione o  si debba tener conto  delle tabelle elaborate dal Tribunale di Milano).

 

Cosa è il danno  da perdita parentale.

Il danno da perdita parentale  è quel danno non patrimoniale iure proprio del congiunto della vittima che consiste nello sconvolgimento dell’esistenza causato dalla morte del proprio caro che consiste nel cambiamento dello stile di vita, a causa del “…vuoto costituito dal non potere più godere della presenza e del rapporto con chi è venuto meno e perciò nell’irrimediabile distruzione di un sistema di vita basato sull’affettività, sulla condivisione, sulla rassicurante quotidianità dei rapporti tra moglie e marito, tra madre e figlio, tra fratello e fratello, nel non poter più fare ciò che per anni si è fatto, nonché nell’alterazione che una scomparsa del genere inevitabilmente produce anche nelle relazioni tra i superstiti” come richiamato  dalla Cassazione con la sentenza n. 10107/11.

 

Quando gli  eredi  delle vittime della strada e, più in generale, di un fatto illecito hanno  diritto al risarcimento del danno.

E singolare, tuttavia, pensare che possa (debba) restare radicalmente esclusa la configurabilità di tale danno e, dunque, il relativo  ristoro quando dall’evento conseguano “meri disagi, fastidi, disappunti, ansie” (Cass.16992/15;Cass.2228/12; Cass.10527/11), non potendo considerarsi esistente in re ipsa (ossia per il solo fatto dell’esistenza in sé del vincolo parentale), ma richiedendo “l’allegazione (e la verificazione) precisa e circostanziata dello sconvolgimento di vita patito e delle sue specifiche e concrete estrinsecazioni, non potendo invero risolversi in mere enunciazioni di carattere del tutto generico e astratto, eventuale ed ipotetico” (Cass. 22585/13; Cass. 16255/12; Cass.12273/11).

E’ quella che qualcuno ha definito la lugubre teoria del danno conseguenza, che crea non pochi  problemi in  ordine alla disparità  di  trattamento su  quella che rappresenta certamente la questione più importante della nostra esistenza: la vita umana;  nonché  l’unico  accadimento a cui  non è possibile porre rimedio: la morte.

La domanda è: davvero la morte di un figlio, di una sorella, di una moglie, di un marito, di un genitore può tradursi in un mero disagio od ansia, come le ripetute telefonate indesiderate di un operatore telefonico, o di uno stalker e, dunque, non trovare tutela, ai fini riparatori, in un ordinamento giuridico che voglia essere garantista?

 

Questioni di legittimità costituzionale relativamente la prova della sofferenza di quello che è un fatto che si discosta dal  sentire sociale: ovvero il  dolore e vuoto incolmabile per l’uccisione di un proprio familiare.  

La circostanza per cui “la liquidazione del danno non patrimoniale subìto dai congiunti in  conseguenza dell’uccisione di un  familiare non integra un  danno  in re ipsa  ma deve essere provato in  concreto dal  danneggiato  e la liquidazione deve avvenire in base a valutazione equitativa” secondo il principio enunciato dalla sentenza 11200/19 dalla cassazione integra violazione degli  articoli 2, 3 e 32 della Costituzione.

Nel  secondo  giudizio  di  riassunzione presso la Corte di  appello  di Roma (RG 5204/19), nel  quale si è  chiesto ai  fratelli di  restituire quanto percepito  a titolo  di  danno parentale poiché non avrebbero provato il legame affettivo (l’evento si è  verificato nel 1997)  è  stata sollevata pregiudiziale per eccesso  di potere legislativo e vizio  di  legittimità  costituzionale con  riferimento  agli articoli 2043 e 2059  del  codice civile nella parte in cui afferma che: “ la mera relazione di  consanguineità non è da sola sufficiente ad integrare il danno  risarcibile,  gravando  sui  congiunti l’onere di provare in  concreto  l’esistenza di  rapporti  costanti  e di  reciproco  affetto  e solidarietà con il familiare defunto”. 

Negare che l’uccisione di un proprio familiare costituisca violazione dei diritti, e dunque, dei danni, perlomeno non patrimoniali,  dei  congiunti superstiti è  nozione contraria ai principi basilari del sentire sociale e del diritto che è  chiamato  a tutelare tali beni supremi: la salute, la piena dignità sociale e l’uguaglianza sostanziale dell’individuo  di  fronte alla legge; così come anche non riconoscere che il dolore possa essere provato e manifestato in maniera differente e soggetto a valutazione equitativa da parte di organi  giudicanti  differenti e con  propri  distinti  convincimenti.

 

Evento e conseguenza si  concretano  nel  danno.

D’altronde il caos generato  sui  danni non patrimoniali da uccisione di un  congiunto,  con l’elaborazione della teoria del “danno  conseguenza” a scapito  del  “danno  evento”  non  tengono  conto  dell’unica considerazione meritevole di  tutela e cioè che:  la vita e la salute sono  beni  preziosi  ed irrinunciabili costituzionalmente protetti  e garantiti e che l’evento e la conseguenza si  identificano nel  danno  stesso, non potendo  avere distinta collocazione quali espressioni racchiuse nel dettame dell’articolo 2058 del  nostro  codice civile.

Negare che l’uccisione di un figlio non abbia ripercussioni  nella vita e sulla salute dei  genitori, che la morte di un fratello non  sconvolga l’esistenza dei familiari superstiti è principio che contravviene al sentire sociale e a quelle nozioni  comuni proprie di uno Stato  che voglia definirsi garantista e di  diritto. Per tale ragione l’assunto enunciato dalla sentenza 11200/19 deve necessariamente costituire una eccezione, con relativa inversione dell’onere della prova a carico di chi voglia  fornire tale dimostrazione, ovvero dimostrare la mancanza di affetti o di un legame spirituale, in un rapporto contro natura, tali che possano escludere  rapporti ed affetti familiari  ai  fini  risarcitori.

 

Il sentimento, il dolore non possono essere oggetto di prova univoca, né costituire soltanto oggetto di accertamento medico legale.

Il  sentimento  è qualcosa di interiore che non può  essere provato e l’onere della prova dovrebbe incombere su  chi intenda dimostrare  un fatto che si  discosti dal  sentire umano e sociale, ovvero che si qualifichi  come situazione eccezionale come il  non provare dolore, o  addirittura provare un  sentimento  di  gioia e felicità,   per l’uccisione di un proprio familiare e non rappresenti la regola: sofferenza, dolore, vuoto incolmabile, sconforto, perdita della voglia di  vivere per l’uccisione del proprio caro.

Diversamente il dolore per la perdita di un familiare come dovrebbe essere provato? Con una serie di certificati medici che certifichino: “Tizio soffre per la morte del fratello, non  esce più  di  casa e la sera non  dorme. Si certifica che è affetto da un danno non sanabile di grave entità rientrante nello scaglione massimo di  personalizzazione del danno secondo  quanto  affermato  dalle Tabelle del Tribunale di Milano”?

Tale situazione al limite della dignità umana e del ridicolo, se non già oltre, crea disparità sociale, poiché in fatto di sentimenti non viviamo tutti e manifestando l’affettività in egual modo.

Piuttosto la prova dovrebbe essere fornita, come prova contraria, da chi presume una situazione di fatto che si discosta da quella che è la normalità: ovvero il sentimento di amore spontaneo e l’affetto tra consanguinei.

Richiamando l’art. 32 della Costituzione, la perdita di un familiare rappresenta il più grande sconvolgimento che possa capitare nella vita di un essere umano, ponendo spesso fine alla voglia di vivere, una mancanza ed un dolore non sanabile nel tempo. Una situazione che non si augura a nessuno, non rappresentando l’assenza di  convivenza nel  mondo  in cui  viviamo e con le tecnologie a disposizione,  un ostacolo  alla pienezza del  rapporto  affettivo  tra consanguinei,  tant’è vero  che il  giudice può  ridurre (può, non  deve) l’importo  riconosciuto  a titolo  di  danno da perdita parentale fino  alla metà.

 

Avvocato Gianluca Sposato

Presidente ADISM  – Associazione Difesa Infortunati

Gruppo Danno alla Persona  – Osservatorio sulla Giustizia del Tribunale di Roma

 

 

 

 

 

Danno morale, quando va risarcito?

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Come si calcola il danno morale? Quando deve essere risarcito?

Il danno morale è la sofferenza in termine di dolore subita da chi  ha riportato lesioni  a seguito  di un comportamento illecito posto in essere da altri.

Molto spesso in fase di liquidazione stragiudiziale le compagnie di  assicurazione, se le lesioni sono conseguenza di un incidente stradale, o di un danno causato in una struttura ospedaliera, per responsabilità medica, tendono a non volere liquidare questa voce di danno, soprattutto per le così  dette invalidità  micro permanenti,  come il  colpo  di  frusta, contusioni, traumi  cervicali  e dorso lombari.

Ma è giusto? Ovviamente no. Solo che il danno morale deve essere dimostrato per potere essere liquidato.

 

Quando deve essere risarcito il danno morale ed in che misura?

Il danno morale rientra nella più ampia categoria del danno non patrimoniale e si  calcola tenendo conto dell’età del  danneggiato al momento del sinistro,  del grado di invalidità permanente, in termini di danno biologico, accertato a seguito di visita medico legale, cui devono sommarsi i giorni  di inabilità assoluta, o relativa, al lavoro, inteso in senso  generico e, dunque, i giorni di prognosi ospedaliera, o meglio di riposo prescritti  per la guarigione.

Tutto questo  sulla base di Tabelle nazionali di liquidazione del danno che prevedono per ogni punto  di invalidità permanente, in base all’età del danneggiato, un  valore economico via via decrescente (meno si è giovani minore è il ristoro economico previsto, in base all’aspettativa di vita).

 

Invalidità permanente, inabilità  temporanea e danno morale.

Sulla base di questo conteggio: I.P.  Invalidità permanente, cui deve sommarsi la I.T.A. Inabilità temporanea assoluta, o relativa (che si calcola in percentuale di quella assoluta e, dunque, al 75%,  al 50%, o al  25%, per esempio), si  conteggia e si somma, in percentuale, anche il danno morale, in misura che può oscillare a seconda della gravità  delle lesioni subite dal 20 fino ad un massimo del 50% e anche oltre in casi del tutto  eccezionali.

Attenzione però il danno morale per essere riconosciuto e liquidato, come abbiamo detto,  deve essere provato e allegato.

 

Come si prova il danno morale?

Il danno morale può essere provato anche presuntivamente, secondo nozioni di comune esperienza,  come ha precisato la Cassazione. Cosa significa questo? Vuol dire che se, per esempio, mi sono  rotto una gamba perché una moto mi  ha investito mentre attraversavo la strada sarà piuttosto semplice provare che ho sofferto e provato dolore a causa dell’incidente che ho subito e, dunque, avrò diritto al risarcimento anche del  danno morale,  in misura da calcolare in percentuale su la somma della invalidità permanente e della inabilità  temporanea, cui dovrà  andare a sommarsi per il computo finale del danno ai fini del risarcimento dovuto.

Diverso il caso  se ho riportato un “colpo  di  frusta” a causa di un tamponamento, per quanto il  dolore sia inevitabile anche in questo  genere di  situazione, soprattutto  a distanza di giorni,  a causa della varia tipologia del genere di danno in  esame sarà più  difficile provare ed ottenere il risarcimento  anche del danno morale in  sede di  trattativa con l’assicurazione e anche davanti ad un giudice, andrà valutato di caso in caso esaminando la documentazione medica allegata agli atti.

 

Il danno morale può essere risarcito se non c’è invalidità permanente, o temporanea?

Il danno morale è una categoria autonoma e dunque può essere risarcito anche se non  è  riscontrabile un danno biologico in termini di invalidità permanente. Tuttavia,  la questione è molto dibattuta e data la complessità della materia della responsabilità civile in generale ed, in particolare, della responsabilità medica, da rca (responsabilità civile automobilistica) e assicurativa,  la scelta di un avvocato specializzato in risarcimento  danni per incidenti stradali, incidenti o morti  sul lavoro e responsabilità medica è sempre determinante ai fini dell’integrale risarcimento del danno subìto.

Senza sconfinare nei casi del danno morale da perdita parentale di cui ci siamo  già  occupati, per spiegare come il danno morale può  essere risarcito in  assenza di  lesioni, basti pensare, ad esempio, alla perdita di un animale domestico. Se pur  condizionata a rigorosa prova, il padrone di un animale ucciso, come l’amato cane, a causa di un fatto illecito ha diritto  ad ottenere il risarcimento del danno morale, per la sofferenza causata della perdita dell’animale di  affezione.

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